Lily Allen
Fenomeno pop. Voce di una generazione. Designer di moda. Attivista politica. Blogger senza peli sulla lingua. Esperta di materiale vietato ai minori. Ubriacona. Antagonista delle WAG. Regina di MySpace. Esibizionista. Primadonna. Icona di stile. Fidanzata di celebrità. Figlia di celebrità. Sorella di celebrità. Ambita preda di paparazzi. Selvaggia frequentatrice di party. Principessa. Lily Allen é stata chiamata in tutti questi modi ed anche in molti, molti altri. A volte in maniera giust.... Leggi ancora
Fenomeno pop. Voce di una generazione. Designer di moda. Attivista politica. Blogger senza peli sulla lingua. Esperta di materiale vietato ai minori. Ubriacona. Antagonista delle WAG. Regina di MySpace. Esibizionista. Primadonna. Icona di stile. Fidanzata di celebrità. Figlia di celebrità. Sorella di celebrità. Ambita preda di paparazzi. Selvaggia frequentatrice di party. Principessa. Lily Allen é stata chiamata in tutti questi modi ed anche in molti, molti altri. A volte in maniera giustificata, spesso no. E’ posh, ma é comune, é sexy, é schiva, é reticente, é schietta, é sensibile, é senza vergogna, é amata, é sconvolta, e spesso tutto durante la stessa sera. Poi va a letto, si sveglia e fa colazione. Posta la sua colazione su internet. La gente analizza la sua colazione e si chiede perché l’abbia postata su internet. Controversa, contradditoria, a volte dispettosa, di sicuro sempre avvincente, Lily Allen ha 24 anni ed é la pop star britannica più impegnata ed impegnativa, oltre ad essere una di quelle di maggior successo. Ha requisito per la prima volta un palco pubblico nel 2006, fenomeno già roboante con una canzone che avrebbe definito quell’estate, la contagiosa “Smile”, suo primo singolo e suo primo numero uno nella classifica inglese. “Smile” é stato un eccellente inizio per l’opera di Lily: una canzone perfettamente pop fresca, ritmata, con un lieve accento ska, completata dalla voce dolce come il miele di Lily ed un testo innegabilmente autobiografico. Una canzone di potere femminile cantata da un’intelligente post-adolescente con gli occhi grandi ed un vestitino da ballo della scuola accompagnato da scarpe da ginnastica, trucco fluo ed enormi orecchini a cerchio. “LDN” é stata persino più distintiva: una falsamente ingenua lode profana alla sua città di nascita, in tutta la sua sudicia gloria. All’uscita di “Alright, Still”, il suo album di debutto, lo status di star di Lily era già solido e la sua personalità pubblica ben definita: sfacciata, pungente, tagliente, scintillante, spinosa e satirica. Alcune delle storie che giravano su di lei erano persino vere. Lily Allen é nata nel Maggio del 1985 ad Hammersmith, ovest di Londra, figlia della produttrice di film Alison Owen e dell’attore Keith Allen. Un’infanzia non convenzionale, e non priva di privilegi, che ha reso Lily più matura della sua età e tremendemante affamata di ritagliarsi un suo posto nel mondo. Cresciuta con sua sorella e suo fratello tra Bloomsbury, Shepherd’s Bush, Primrose Hill e Islington, Lily ha frequentato in totale 13 diverse scuole prima di abbandonare la sua istruzione formale a 15 anni e di imbarcarsi in un’odissea adolescenziale di innocenza ed esperienza: notte folli ad Ibiza e studi da fiorista, sempre con la speranza di sfondare nell’industria dell’intrattenimento. Lily comincia a bussare alle porte delle case discografiche all’età di 16 anni, e il suo primo contratto arriva nel 2002 con la Warner, che la spinge verso una direzione folk che non le va del tutto a genio. E’ due anni dopo, lavorando coi produttori della Future Cut, che Lily comincia ad entrare nei panni della cantautrice. Nel 2005 firma con la Regal, un’affiliata della Palophone, ma frustrata dall’andamento lento dell’industria musciale comincia a postare demo sula sua pagina MySpace. Nel frattempo, una serie di apprarizioni live allo Yo-Yo di Notting Hill nella primavera del 2006 suscita l’interesse della stampa e del pubblico. “Smile” é la sua prima vera e propria composizione, una canzone così coinvolgente da spingere il produttore Mark Ronson a pagarle di sua tasca un volo per New York, per collaborare insieme a lei sulla delicata “The Littlest Things” . Più tardi, “Smile” vince un premio BMI per la scruttura. Non male per un primo tentativo! Mark Ronson e Greg Kurstin, un altro produttore americano, sono i collaboratori fondamentali di “Alright, Still”, che ha finito col vendere due milioni e mezzo di dischi, debuttando nella top 20 della Billboard americana e facendo guadagnare a Lily 5 nomination ai BRIT Award nonché una trionfante performance a Glastonbury nel 2007. E se l’imitazione é la più sincera forma di adulazione, Lily é stata davvero molto adulata: i suoi imitatori hann cominciato a moltiplicarsi, e all’improviso le chart erano piene di simil-Lily che cantavano in rima di relazioni andate male. Nello stesso tempo, Lily presta la sua voce per collaborazioni con Robbie Williams, Dizzee Rascal e Basement Jaxx, tra gli altri, specializzandosi nella interpretazione di cover davvero inaspettate. Oltre alla sua versione di “Oh My God” dei Kaiser Chiefs con Mark Ronson, ha fatto cover dei Kooks, dei Pretenders e di Blondie, realizzando anche una sardonica versione di “Window Shopper” di 50 Cent. Tutto questo non é certo avvenuto senza imprevisti. La controonda, quando é arrivata, é stata feroce. Lily ed un selezionato gruppo di donne famose al di là dell’atlantico sono state frequentemente ed istericamente messe alla berlina da tabloid e siti di gossip per il suo cosiddetto “cattivo comportamento”. La sua relazione con altre pop star non é certo stata rose e fiori. Quella con i paparazzi potrebbe eufemisticamente essere descritta come intensa. La sua vita privata é ormai pubblica. E una serie di suoi traumi personali sono stati occasionalmente usati per minacciarla. “Ero preparata, perché la gente continuava a dirmi: ‘Sei pronta per la controonda?’. Ma é stato comunque irritante quando é avvenuto, e mi ha parecchio confuso. A volte era come una barriera di odio. Adesso se esco e bevo qualcosa sono una disgraziata, se esco e non bevo sono una noia. E’ questa la controonda. Ma non c’è niente che io possa fare. Non si ha veramente la scelta se diventare o no una celebrità, credo che un po’ di gente sia confusa su questo punto”. Tutto questo scalpore, la maggior parte del quale completamente fuori dal suo controllo, ha portato alla sensazione che la gente avrebbe potuto dimenticare perché piaceva loro Lily Allen in primo luogo. Anche la stessa Lily ne era cosciente. Ma questo dubbio ha una facile cura, e questa cura si chiama “It’s Not Me, It’s You”. Il secondo album di Lily, scritto e registrato da lei con Greg Kurstin, ha preso vita in una piccola casa in affitto nel Cotswolds nell’autunno del 2007, dove i due si erano ritirati per lavorare. Dopo una settimana e mezzo avevano 6 canzoni ed un nuovo suno: forse più scuro, sicuramente più danzereccio, chiaramente più maturo. “Il modo in cui lavoriamo”, spiega Lily “é questo: io e Greg ci sediamo al piano insieme e lui suona un po’ di accordi, e io dico ‘stop’, o dico ‘questo’ quando me ne piace uno. Poi ci canto un po’ sopra e in seguito penso alle parole. Abbiamo deciso di provare a cercare un suono più grande, più etereo, canzoni vere. Volevo lavorare con una persona sola dall’inizio alla fine per far sì che fosse un lavoro compatto. Volevo che ci si sentisse dentro una sorta di intergrità. La prima canzone che abbiamo fatto é stata “I Could Say”. Quella ha posto il tono per l’intero album. Penso di essere cresciuta come persona, e spero che il disco lo rifletta”. Dal punto di vista dei testi, “It’s Not Me, It’s You” é da un lato una continuazione delle preoccupazioni espresse con “Alright, Still”, e dall’altro un salto in avanti fatto con un paio di stiletto. L’esame scientifico, preoccupante e spesso molto divertente delle relazioni e degli intrecci tra sesso e politica ci sono ancora tutti, ma ci sono anche altri temi: c’è Dio su questo disco, c’é George Bush, e c’è la famiglia di Lily. Più tutti i tirionfi e le tribolazioni della vita di una giovane donna nella Gran Bretagna della fine degli anni ’90. “Trovo difficile scrivere canzoni sul nulla”, dice Lily. “Provo a scrivere cose che siano rilevanti per la mia vita, che é totalmente strana e surreale, ma anche universalmente. Penso che questo disco sia probabilmente un po’ più scuro , ma non perchè ho uno sguardo più scuro sulla vita. In realtà ora mi sento più felice di quando é uscito “Alright, Still”: mentre scrivevo il mio primo disco mi sentivo in lotta con me stessa, volevo fare qualcosa e mi sembrava che nessuno fosse interessato. Adesso sì che sento che la gente é davvero interessata!”. Quella gente sarà interessata nel sapere che “It’s Not Me, It’s You” potrebbe essere il solo album del 2009 che fa riferimento al razzismo (“Fuck You”), alle discriminazioni sull’età (“22”), al lato oscuro della celebrità e alla cultura del consumismo (“The Fear”), alla dipendenza da droghe (“Everyone’s At It”), all’11 Settembre (“Him”), alle cene consumate davanti alla TV (“Chinese”), all’eiaculazione precoce (“Not Fair”), alla miseria di certi uomini (“Never Gonna Happen”) e alla fragile bellezza dell’amore che nasce (“Who’d Have Known”). “It’s Not Me, It’s You” é senza dubbio Lei: Lily che abbraccia la verità con un pungente commento sociale fatto con la voce di un angelo. E’ una combinazione potente. Può essere solo Lily Allen.


